Leggere #74 – Memorie delle mie (paranoie) tristi

Come si iniziano gli inizi?
È da un po’ di giorni che ci penso e ci penso così tanto perché nessuno mi ha mai illuminato su ciò. Ci ho riflettuto e riflettuto e non c’è libro o film o qualsivoglia forma d’arte possibile e immaginabile che mi sia venuta in mente e che mi abbia ricordato illuminazioni o citazioni su ciò che sembra così facile e naturale: come si iniziano gli inizi? Non c’è regola, anzi, quando solo provi a pensare di imporle stai pur certo che verranno spazzate via da imprevisti, colpi di scena, elementi che  gravitano intorno a tal inizio senza la possibilità di controllarli, come se avessero vita propria e tu, caro iniziato, sia lì solo a subirne le conseguenze.

Perché gli inizi già scritti, quelli che tutti si aspettano e che paiono decisi da chissà quale programmatore attento e preciso, credo non esistano davvero se non forse, quelli sì, in tutto ciò che sta veramente scritto nero su bianco e che ognuno di noi può permettersi di prendere in mano e sfogliarne le pagine.
Gli inizi veri, invece, son fatti per il novantanove virgola novantanove per cento da imprevisti che, volenti o nolenti, ci capitano quando meno ce l’aspettiamo, quando si sta andando a dormire e arriva un messaggio, quando era un pomeriggio qualsiasi e poi è diventato altro.

E allora ho pensato a ogni volta che apro una pagina bianca e ho pensato a come solitamente faccio a iniziare a scrivere qualcosa e subito mi son ricordata che per me funziona tutto un po’ a casaccio perché solitamente la pagina bianca diventa improvvisamente piena di tutto e di niente, di tutto ciò che sta passando per la testa in quel momento, dalle paure più nascoste alle insicurezze più sentite tanto che ogni volta mi chiedo se non sia una pessima idea far trapelare tutte le incertezze e renderle così reali descrivendole senza timori, come se non parlandone non esistessero e invece scrivendole diventassero ancora più immense.

E quindi insomma, stavo lì a pensare a come iniziare il nuovo inizio (che forse sarà un gran bell’inizio o forse la solita ciofeca, vai te a scoprirlo) e ho aperto Memorie delle mie puttane tristi di Gabriel Garcia Márquez, che Dell’Amore e di altri demoni mi era piaciuto molto e prima di lanciarsi in grandi opere forse è meglio continuare con quelle più piccole.

Ed eccomi lì, a leggere di questo novantenne che decide di festeggiare il proprio compleanno con una giovane donzella vergine: sai, dopo tanti anni di fatiche almeno una piccola gioia corporea. E io che leggo e subito vado a pensare alle solite cose che dicono tutte le ragazze (“ci vedono solo come dei corpi, neanche un minimo di sentimento”) e invece poi scopro che il novantenne non la sfiora nemmeno, la piccolina, si sdraia al suo fianco e la guarda dormire e l’ammira e pensa che sia bella ma preferisce lasciarla là, nel mondo dei sogni.

E lo ammetto: mi sono sentita subito in colpa. Stavo già pensando alle parole più meschine, le più miserabili, quando semplicemente il novantenne voleva solo qualcuno da amare, qualcuno che ravvivasse un poco la sua vita, così solitaria e senza troppe soddisfazioni.

E lo puoi biasimare? Tu ci riusciresti davvero? Una vita nascosta nell’ombra di niente, a domandarsi ogni giorno quale sia la soluzione migliore ai massimi sistemi e poi, voilà, un giorno esci e scopri che ti puoi ancora innamorare e vivere come non hai mai fatto. Sì, anche se hai novantanni suonati, per l’esattezza quasi novantuno.

Era finalmente la vita reale, col mio cuore in salvo, e condannato a morire di buon amore nell’agonia felice di un giorno qualsiasi dopo i miei cent’anni.

È tutto un poco paradossale, forse fin troppo, e non c’è molto da dire se non che forse dovrei smetterla di cercare di commentare ogni inizio e forse aspettare di scoprire cosa il protagonista voglia effettivamente fare. E mentre lo dico già lo nego con il pensiero perché in questo inizio non c’è nessun vecchietto in cerca d’amore ma la sottoscritta e quindi tutto cambia perché a rimetterci ci sono solo io. E mentre penso a tutto ciò mi vengono alla mente solo imprechi e varie offese perché io non voglio mica essere come tutte quelle persone che per paura di vivere si attaccano a tutto ciò che è passato, tutto ciò che dovrebbe solo ed esclusivamente essere archiviato.  E alla domanda “Come si iniziano gli inizi?” continuerò a rispondere che non lo so, che forse vale goderselo un po’ questo inizio che una volta iniziato poi lo si perde, l’inizio. Non trovate?

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6 thoughts on “Leggere #74 – Memorie delle mie (paranoie) tristi

  1. Io sono sempre stata più che altro interessata al proseguimento.
    Come dici tu, le cose spesso iniziano quasi per caso, ma ci vuole tutta la consapevolezza del mondo per mantenerle “accese”. 🙂

  2. I o invece penso che un buon inizio debba prender forma senza concettualizzazioni. Deve nascere spontaneo, come l’onda del mare che esiste pur ignorando tutte le leggi di idraulica.
    In un libro della Ubaldini: -Scrivere zen- l’autrice consigliava di portarsi sempre appresso un quadernino dove scrivere tutte le cose che spesso la nostra mente partorisce senza che noi gli si abbia chiesto nulla. Anche se all’apparenza sembrano pensieri banali, puerili, incongruenti, alla fine ci torneranno utili per scrivere qualcosa di bello e costruttivo. Ciao.

  3. Gli inizi non iniziano: sono sempre lì! Eterei e indecifrabili, sfuggenti e guizzanti come i pesci in un torrente. C’è chi per prenderli si tuffa e chi si sporge dalla riva per paura di bagnarsi, chi li attende paziente e chi proprio di pazienza non ne ha. Che poi magari non è afferrarli che conta, ma farsi trasportare insieme a loro per vedere se c’è il mare.

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