Leggere #72 – Delle paranoie e di Sylvia Plath

Mi scremo la superficie del cervello scrivendo.

La cosa che più ho fatto negli ultimi mesi  è stato piangere. Mentre guidavo, mentre giravo posti sconosciuti, mentre pioveva, mentre il Vento era talmente forte che la sabbia entrava negli occhi, mentre la riproduzione casuale mandava le canzoni più sbagliate, mentre leggevo un libro che mi rispecchiava e diceva tutto quello che io non riuscivo a dire. Non me ne vergogno più, non lo nascondo più. Perché mentre leggevo i Diari di Sylvia Plath sentivo un vortice immenso prendermi e sollevarmi, catapultarmi nel passato in tutti quei momenti in cui una penna e un taccuino mi avrebbero aiutato a superare attimi terribili dove sola con me stessa non avevo appigli a cui aggrapparmi. E capire che no, tutto quell’uragano emotivo era semplicemente e assolutamente necessario per tornare in superficie.

Perché leggere i Diari è come sprofondare in un abisso, scovare dentro se stessi e ritrovare tutti quei pezzi che nonostante il tempo passato ancora fan male, quei pezzi vecchi che però sono appuntiti come pochi e bruciano da morirne; quei pezzi nuovi che non si sa come siano arrivati fin lì, nel profondo, quelli che non si sa ancora se ne varrà la pena o se forse sia meglio lasciarsi annegare, andando sempre più giù, sempre più nel fondo dell’Oceano.

La realtà è quella che mi invento. È quella in cui ho detto di credere. Poi guardo l’inferno dove sto a crogiolarmi, i nervi paralizzati, incapace di agire – paura, invidia, odio: tutte le emozioni che corrodono le mie fragili budella. Tempo, esperienza: un’ondata gigantesca che s’abbatte su di me con la forza di una marea è che mi affoga, mi affoga.

Sylvia Plath ti fa pensare a tutto, a tutto quello che non vorresti e che lei sta descrivendo nel migliore dei modi, lei che sembra essere l’incarnazione di quella parte più oscura che è in te. Sentirsi soli nella propria casa, nella propria camera, nel posto in cui si sognava di tornare per non sentirsi, ironia, più soli. La paura di lasciarsi andare e accontentarsi della prima distrazione in cui si inciampa. Il desiderio di sentirsi vivi e amati, che dopotutto sono la stessa cosa, che chi vive amando divide le proprie pene e chi ama è consapevole di come stia vivendo ogni momento in bilico, come su una montagna russa emozionale senza cinture di sicurezza. I Diari portano a tutto ciò e a molto di più.

Perché i Diari mi hanno fatto tornare la voglia di riprendere in mano carta e penna, di scarabocchiare qua e là finché non si hanno i crampi alla mano con i pensieri sempre più veloci e tu che cerchi di metterli tutti nero su bianco, scrivendo sempre più veloce, sempre più in preda alla disperazione di perdere anche solo un piccolo pezzetto di te.

2014-11-13 21.52.05-2

Sylvia Plath e i suoi Diari sono da leggere così, come questi paragrafi. Ogni giorno è un giorno a sé, ogni attimo è sempre diverso e contrastante a quello successivo e quello precedente. Leggendo i Diari vorresti cominciare a vivere anche tu di Parole, di sentirtele dire, quelle parole. Per sentirsi coccolata, protetta, realmente e letteralmente amata. Per avere più sicurezze, uno scopo, non sentirsi più una parte dell’arredo ma una vera e propria fondamenta indispensabile. Per aprire il proprio cuore come da tempo non si fa e mostrarlo senza vergogna, facendo vedere ogni ferita, ogni piccola cicatrice, ogni piccolo strappo. Per sentirsi ascoltati e, soprattutto, ricominciare ad ascoltare. Per riavere (e avere!) tutte quelle cose semplici che tanto cullano l’animo, quelle che ti aspettano la sera, dopo una giornata interminabile al lavoro, quelle che vai a dormire e ti fanno capire che sì, è questa la vita.

Perché forse di lacrime se ne sono versate fin troppe, tutte quelle angosce e paure devono sotterrarsi sotto strati e strati di affetto. Perché non è il tempo che cura le ferite ma solo un poco di cuore, nient’altro che cuore. Ma così bisogna tornare a fidarsi, ad amarsi, ad amare, ad aprirsi, completamente, senza più veli. Ed è per questo che si ha bisogno di persone genuine, fresche come acqua cristallina che sgorga da una fonte in alta quota, di persone che non hanno paura di raccontare e raccontarsi e svelarsi.

Sylvia Plath porta tutto ciò, lei ti racconta tutto ciò. Le atmosfere descritte sono così vivide, così vere, così reali. Sembra di essere lì, con lei, a chiederci perché Sassoon non abbia lasciato nemmeno un recapito. Ci si ritrova in ogni sua parola, in ogni suo paragrafo, in ogni sua pagina, a ripetersi che forse, forse, era tutto sbagliato sin dall’inizio.

..e la radio strombazzava: “Sorridi anche se ti si spezza il cuore”. Ho scritto e scritto, pensando che per chissà quale miracolo lui avrebbe varcato la soglia. Ma non aveva lasciato un recapito, né messaggi, e le mie lettere che lo scongiuravano di tornare in tempo giacevano lì, tristi e ancora chiuse.

Se qualcuno mi dovesse chiedere cosa raccontano i Diari di Sylvia Plath non glielo saprei dire, credo di aver dimenticato ogni fatto di quelle quattrocento pagine. Perché leggerli mi ha mandato in uno stato di trance, non era la storia, erano le parole. Le Parole. Quelle che sto cercando e non so ancora se otterrò.

Annunci

3 thoughts on “Leggere #72 – Delle paranoie e di Sylvia Plath

  1. Pingback: Leggendo #108 – Perché rileggere La campana di vetro di Sylvia Plath (in inglese) | JustAnotherPoint

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...