Leggendo #69 – Cronopios o Famas, ha davvero importanza?

Non credere che il telefono ti dia i numeri che cerchi. Perché dovrebbe? Verrà soltanto quel che hai preparato e deciso, il triste riflesso della tua speranza, questa scimmia che si gratta su una tavola e trema di freddo. Spaccale la testa, alla scimmia, corri dal centro verso il muro e apri un passaggio.

Storie di cronopios e di famas di Julio Cortázar lo volevo leggere da tempo. Lo volevo leggere da quando ero dispersa nella lande irlandesi e tutti mi parlavano del suo centenario ma io, lontana dalle librerie italiane, non mi potevo dedicare alla sua lettura e mi sentivo costretta a una scelta che non dipendeva da me, che andava oltre al mio volere. È strano, questo senso di obbligo, perché mi fa sentire un po’ famas quando in realtà, a ragion di fatta, sono una cronopios fatta e finita. Ma poi, ha davvero importanza essere l’uno o l’altro? Non è forse meglio, a rigor di logica, essere la fusione di entrambi, un mix curato e ben servito accompagnato da un vinello buono?

Se, riassumendo in una parola, cronopios sono poesia e famas sono ordine, proprio non riesco a trovare una persona che sia solo l’uno o l’altra. Conosco i codardi, i coraggiosi, gli immaturi, quelli che credono ancora nel Domani, ma i cronopios e i famas sono proprio difficili da distinguere. Si è scritto tanto, forse troppo, e anche loro, esseri primordiali, sono stati nascosti da tutto quello che abbiamo oggi, un tutto che, diciamocelo, non è nulla.

Pensavamo di renderci la vita migliore e invece ogni passo in più è una continua ansia e nuova occasione per angosciarci. Pensavamo di aver risolto tutti i nostri problemi e ora ogni piccolo scalino è una montagna da scalare, un cammino lungo e faticoso che ci rende sempre più stanchi ed esterrefatti, convinti che la vita abbia sempre e solo un buon motivo per prenderci in giro.

Probabilmente non ho capito nulla di quello che Julio Cortázar voleva dire con le Storie di cronopios e di famas. Ci ho speso un pomeriggio, di quelli tristi, chiusi in casa ammalati e con l’umore sotto ai piedi. Probabilmente lui la faceva facile a prevedere la strage dei libri (vedi Fine del mondo del fine) ma effettivamente oggi siamo tutti scribi e di veri lettori chissà quanti ce ne sono ancora. Io, a fine lettura, ho solo voluto una pagina bianca davanti alla quale abbandonare le paranoie fatte di Speranze, in un giorno in cui mi sento una Speranza di Julio Cortázar.

È brutto perché si vorrebbe dire tanto ma tutto è già stato detto e ci ritrova a fissare l’orologio, quell’orologio di cui Julio Cortázar aveva capito tutto.

Ti regalano – non lo sanno, il terribile è che non lo sanno – ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccialetto disperatamente aggrappato al tuo polso. (..) Ti regalano l’ossessione di continuare a controllare l’ora esatta.

Mentre il tempo, aggiungerei io, scorre sempre più veloce per andarsene senza di te.

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