Leggendo #58 – Almost English e la Felicità che non si vuole guadagnare


Almost English
  è uno di quei libri dagli ingredienti perfetti, un mix di tante piccole cose pronte a crescere e germogliare come tanti piccoli fiori colorati nei primi giorni di primavera. Charlotte Mendelson, d’altronde, aveva già stupito con When we were bad e i lettori erano in trepida attesa del suo nuovo lavoro, pubblicato dalla casa editrice Mantle. Sfortunatamente per loro (e per me che l’ho incontrata per la prima volta in una piccola libreria irlandese) la scrittrice londinese non pare aver colpito nel segno e, nonostante tutti i buoni presupposti, la trama rimane povera, un tantino sconnessa, con un’attesa infinita che stordisce il lettore.2014-06-11 10.59.11

Perché trasferirsi in una nuova città non è mai semplice e, ovviamente, non lo è nemmeno per Marina e Laura, madre e figlia che condividono la casa con due zitelle (e una suocera) di origini ungheresi, fortemente attaccate alle loro tradizioni e assolutamente distaccate dalla vita londinese e da tutto ciò che la circonda. Non è un caso, quindi, se Marina decide di andare a studiare lontano da casa, in un collegio a due ore dal nido familiare, dove la piccola adolescente potrà finalmente iniziare a conoscersi, a capirsi, a confrontarsi con un mondo esterno che, tipico della sua età, vede così opprimente e totalmente avverso.

The truth, which her family do not acknowledge, is that some people can look all right, while others can’t. If you’re pretty, it’s fine to check your reflection in a mirror, or wear mascara. But what if you’re not? It’ll look like you think you are all right, that you can improve your appearance by smoothing your fringe, but you still have glasses, and spotty upper arms, and hideous knees, and eyebrowns like a boy’s. Some people are beyond improvement and, when they try, they look like fools. This Marina will not be. (..) These things are too shameful to be spoken. She keeps them in her rotten heart. On reflection, it occurs to her now, maybe her heart is the problem.

A intervallare i problemi sociali e d’amore di Marina, ci sono le paturnie di Laura, la tipica madre ancora alla ricerca del proprio equilibro, una moglie che è stata abbandonata dal proprio marito (deceduto? semplicemente scomparso?) e che cerca in ogni modo di entrare nei pensieri della propria figlia. Ma come aiutare il prossimo se non si è ancora trovati se stessi? Laura cerca di trovare un appiglio nel proprio naufragare ma ogni pagina è una lunga attesa per la vita, una continua paura di lanciarsi nel mondo e prendere il proprio spazio, quello che ognuno di noi cerca di conquistarsi ogni giorno.

Laura needs a trusted friend in whom to confide. (..) The London survivors are too sane, too married; they have bedrooms, and whole houses; thay have produced charismatic scruffy children who adore them, or live sterile but sexually satisfying lives of style and beauty.

E sono proprio le diverse tradizioni e l’incapacità ad ambientarsi a rendere il tutto ancora più difficile e insopportabile, a rendere il soggiorno di Laura e Marina un continuo paragone con le diverse classi sociali, con la diversa mentalità inglese che nessuno dei protagonisti sembra voler accettare ma, sostanzialmente, osservare da lontano come qualcosa che potrebbe rendere la vita migliore ma che non si ha il coraggio di guadagnare.

Almost English diventa così una lunga attesa per la vita, un continuo arrampicarsi sugli specchi alla ricerca della felicità, un esercizio per la lettura in inglese che stronca qualsiasi spirito ottimista e che lascia perplessi per il proprio disperdersi nel passato e nel presente, senza sperare in quel futuro che a volte è così facile da afferrare.

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