Leggendo #52 – Javier Marías, gli Innamoramenti e la lettera di scuse

Caro Javier Marías, 

la prima volta che ci siamo conosciuti passeggiavo tra gli scaffali della biblioteca del mio paesello quando improvvisamente, senza prevederlo, il mio sguardo cadde sulla tua copia di Domani nella battaglia pensa a me. Amai subito il colpo di scena iniziale, un po’ rattristata dal fatto che venisse subito spoilerato dalla quarta di copertina – parte che ora non leggo più se non a lettura ultimata – ma sostanzialmente decisi di darti una seconda possibilità, in un futuro che in questi giorni è diventato presente. Però insomma, faccimao una premessa: Domani nella battaglia pensa a me mi era piaciucchiato ma non l’avevo certamente amato. Un bel colpo di scena, uno di quelli che da subito attrae il lettore, è un buon antipasto per una cena che auspica ad essere una gran prelibatezza ma con te, caro Javier Marías, l’antipasto era stato seguito da dei primi alquanto incerti, da dei secondi decisamente da bocciare e da un piattino di frutta alquanto acerbo: di quel bellissimo antipasto rimase solo un triste ricordo.

Recentemente, ho deciso di lanciarmi nella lettura della tua ultima opera, Gli Innamoramenti, un libro di cui in molti mi hanno parlato divinamente descrivendolo come uno di quelli che ti lacerano il cuore e ti portano in una dimensione parallela in cui piangere e soffrire e condividere con il protagonista tutte le proprie pene più interiori e mai raccontate. Ecco, io a metà lettura volevo prenderti e lanciarti dal balcone di casa mia. Sto al secondo piano, non ti saresti fatto tanto male, ma forse con la violenza mi avresti spiegato perché continui a prendermi in giro così, con questi stratagemmi di quarta categoria dove con l’ennesimo colpo di scena brutale tenti di rubarmi l’animo per poi accartocciarlo e gettarlo nel cestino. Con Gli Innamoramenti, poi, mi hai proprio colpito alle spalle giocando con quel bellissimo incipit, e quella divina prima parte, che mi hanno preso come non mai, facendomi desiderare solo di poter proseguire la lettura. 

Era come se loro avessero preso l’abitudine di concedersi un attimo di respiro insieme, prima di andare ai rispettivi lavori, dopo aver messo fine al parapiglia mattutino delle famiglie con figli piccoli. Un momento per loro, per non accomiatarsi l’uno dall’altro in mezzo alla confusione e per chiacchierare animatamente, mi domandavo di che cosa parlassero o che cosa si raccontassero – come potevano avere tanto da raccontarsi, se andavano a letto e si alzavano insieme e dovevano essere al corrente dei loro pensieri e delle loro avventure -, la loro conversazione mi arrivava soltanto in frammenti, o con parole isolate. Una volta l’ho sentito chiamarla “principessa”.

Perché è con queste parole, caro Javier Marías, che mi rendi partecipe della vita di Miguel Desvern (o Deverne) e della moglie Luisa, la coppia innamorata che ogni mattina la Giovane Prudente si ritrova a pochi tavolini di distanza, nel piccolo bar di città scelto dalla protagonista per le sue colazioni. Un incipit meraviglioso, che rappresenta la routine di molti di noi e ne elogia quei momenti particolari che pochi avrebbero il coraggio di svelare per paura di non essere compresi. Quando si fa colazione sempre nello stesso posto e si ama vedere sempre la stessa coppia sbaciucchiarsi e augurarsi buona giornata, quando si ama ordinare il cappuccino sempre dallo stesso cameriere, quasi un gesto scaramantico per poter affrontare l’arrivo sul posto di lavoro. Tante piccole gioie della vita, quindi, che vengono trascritte sulla pagina bianca con tanta sensibilità e moltissime parole, forse anche troppe. 

Perché, caro Janvier Marías, penso che tu abbia lo stesso problema di Julian Barnes e il suo Senso della Fine. Belli gli approfondimenti, bellissime le divagazioni sul perché della vita, della morte, dell’amore e del fondo del caffè nella tazzina. Ma perché, perché mi costringi a seguire tutto queste elucubrazioni senza poi lasciarmi niente? Perché tante seghe mentali (perdona il francesismo) per poi abbandonare un po’ la trama a se stessa? Caro Javier Marías, probabilmente il problema sono io, non sei tu, però insomma, io è già la seconda volta che ci resto male con te, forse la nostra relazione si deve interrompere qui. Tutti mi parlano di Un cuore così bianco, la tua Vera opera migliore ma non lo so, non so se mi posso fidare ancora.

Caro Javier Marías, sarà difficile ma forse il futuro ci serberà un grande ritorno, magari un giorno ci ritroveremo ancora, soli io e te, e rideremo di questa lettera e di tutte le incomprensioni. Nel frattempo ti abbraccio e prometto di non lanciarti né dalla finestra né tantomeno dal balcone. Un giorno, forse, saremo felici insieme. Oggi no.

 

Una lettrice.

 

 

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