Leggendo #46 – L’immensa profondità de Il Nao di Brown

Ci sono quelle letture che lasciano spiazzati, un po’ persi nel vuoto, che quando chiudi l’ultima pagina ti dici: no, ne devo leggere ancora. Il Nao di Brown – che non è stato scritto da Brown ma da Glyn Dillon e pubblicato da Bao Publishing – è proprio questo tipo di opera, un po’ surreale ma allo stesso tempo così reale, un po’ arrancante ma così viva e così toccante tanto da saper stuzzicare tutte le corde dell’animo umano. Ma parlare del Nao di Brown non è per niente facile perché la sua profondità si perde fra tavole immensamente colorate, tonalità forti, addirittura prepotenti, che entrano in testa fino a distillarne i pensieri. Gli acquarelli di Glyn Dillon affrontano la pagina senza paura e il rosso, il colore predominante per tutta la graphic novel, ha il compito di disegnare il confine fra realtà e fantasia, fra meditazione e concretezza, fra giusto e sbagliato fino al voler tentare di far comprendere a tutti i costi il significato più nascosto. Un’opera difficile, quindi, che forse, con il suo spessore, rischia di risultare poco diretta tanto da farci chiedere cosa sia, sostanzialmente, questo Nao di Brown.

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Rispondere a tale domanda, però, è un arduo compito perché l’intero racconto è un vortice di sensazioni e parole, di timori e tentativi di salvezza. Perché il Nao di Brown è la storia di una ragazza che vive di paure, che soffre di un Disturbo Ossessivo Compulsivo, una malattia che ogni giorno le ostacola la vita sociale, la condivisione di sentimenti con le persone che le stanno vicino ma, soprattutto, la comprensione stessa della propria vita e della propria persona. Ma durante la lettura ci si rende conto che il vero problema non è il disturbo in sé ma il turbinio di emotività che avvolge tutti i protagonisti. Perché, a fine lettura, ci si rende conto che non importa come Nao cerchi di superare il suo ostacolo o come Gregory Pope, il ragazzo che scambia i suoi Enso per delle lavatrici, sia arrivato così improvvisamente nella sua vita. Ciò che conta, nel Nao di Brown, è come i protagonisti tentino lungo la loro strada di superare i propri disagi e i propri difetti e di come, solitari lungo il proprio cammino, capiscano solo a distanza di tempo che è solo grazie all’aiuto inconsapevole delle vicende altrui che ogni giorno trovano la forza e lo stimolo per proseguire.

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Perché poi, ovviamente, per Nao e Gregory ci sarà un fatto grave e fatale che costringerà entrambi a cambiar vita, come una punizione divina che rimette ordine nel cosmo. Ma sarà proprio questa la dimostrazione che la vita è un ciclo, che la prima tavola è sostanzialmente anche l’ultima e che dopotutto la Verità era proprio lì, dietro l’angolo: si doveva semplicemente aprire gli occhi e guardarla meglio. Ed è così che ti lascia Nao, fra dubbi e illuminazioni, che solo una seconda lettura potrà aiutare a comprendere. Perché, tornare indietro e rituffarsi nelle tavole immense del Nao di Brown, è la dimostrazione stessa della ciclicità che Glyn Dillon voleva portare con le sue note, le sue parole, i suoi tratti e i suoi colori nella graphic novel più amata del 2013. Un’opera unica proprio come una di quelle che si lasciano vicino al comodino per sbirciarle ogni tanto, nel timore di non dimenticarle. Perché è solo dopo una salita che comincia la discesa.

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