Ci meritiamo le stragi.. e la maleducazione.

Solitamente non faccio questo tipo di cose, anzi, a dirla tutta le ho sempre odiate,  ma quando l’indignazione e l’educazione vengono meno, ecco, arriva il momento di metterlo nero su bianco e cominciare a sottolineare seriamente certi aspetti.

No, non voglio parlare di politica o di fatti di cronaca, non voglio citare l’economia mondiale e lo spread. Voglio semplicemente parlare della Maleducazione che ogni giorno sento (e vedo) attorno a me, una sorta di spina nel fianco con la quale ogni giorno, in un modo o nell’altro, mi ritrovo a fare i conti. Voglio urlare quanto la mancanza di Rispetto sia una delle questioni che più mi toccano e quanto, purtroppo, ogni giorno mi accada di avere sotto gli occhi fatti di questa portata. E il momento per parlarne è proprio oggi, dopo un giorno passato a Londra, la capitale delle capitali, intendiamoci. Un paese del Nord, quel Nord che tutti descrivono come freddo e con persone sul chi va là. E no, non voglio fare paragoni, non voglio dire: “L’estero è sempre meglio dell’Italia”. Assolutamente. Non mi sento e credo che non mi sentirò mai in grado di poter dire una cosa del genere. Voglio solo raccontare due fatti e metterli qui in bella mostra come prova e ricordo di come mi sono sentita in un paese “straniero”.

Il problema di chi mangia senza glutine è che quando parte alle 4 del mattino, e arriva in un paese estero dopo 4 ore, la prima cosa che vorrebbe fare è mettere sotto i denti qualcosa di buono sapendo però, purtroppo, che non sempre può trovare ciò che può mangiare. Arrivata all’aeroporto di Londra mi sono fiondata nei diversi caffè antistanti l’uscita e in uno di essi, particolarmente disperata, ho direttamente chiesto ai baristi se ci fosse qualcosa da mangiare adatto a me e al mio ragazzo (perché sì, chi va con lo zoppo impara a zoppicare). Con il mio inglese incerto, da vera italiana, ho spiegato la situazione e improvvisamente il mio bellissimo barista coi baffoni e il pancione mi ha preso di lato, mi ha fatto vedere la lista di tutti i prodotti presenti nel suo caffè (un listino da una ventina di pagine fitto fitto di dettagli e ingredienti per ogni cibo confezionato) e ha cominciato a portarmi a spasso tra gli scaffali dicendo: “Questo cara lo puoi mangiare, questo no”. Non soddisfatto del risultato, però, mi ha consigliato un piccolo negozio di alimentari presente nell’aeroporto non dimenticando di aggiungere: “Ovviamente se compri nel negozio poi vieni a mangiare qui ai nostri tavoli che là non ci sono”.

Ora, l’ultima volta che ho parlato del mio problema alimentare in Italia ero in un locale di Milano in cui c’era un ricco buffet di cui si poteva disporre durante l’aperitivo. Un po’ preoccupata da alcune pietanze (non si capiva bene come fossero state cucinate), mi sono avvicinata al barista e ho chiesto gentilmente “Mi scusi, ma io purtroppo non posso mangiare cibo che presenti tracce di glutine. Potrei sapere cosa c’è  in quel vassoio?”. Il ragazzo, leggermente infastidito, mi ha guardato, ha guardato il ricco buffet e mi ha risposto: “Non saprei proprio ma comunque ci sono le patatine confezionate in quell’angolo. Quelle le puoi mangiare, no? Per il resto ti consiglio di guardare bene tu, tanto saprai cosa puoi metterti nel piatto, no?”.

Vabbè, sarà stato lo stronzo di turno. Avete ragione anche voi. Ma non è finita qui.

Ieri, quando il mio aereo è atterrato a Londra, prima di poter girovagare per l’Inghilterra a mio piacimento, ho dovuto passare la frontiera e consegnare i miei documenti per un controllo. La signora, con il viso più inglese che possiate immaginarvi, mi ha accolto al suo sportello con un sorriso e un “Buongiorno”, mi ha chiesto cortesemente di sfilare la mia carta d’identità dalla custodia di plastica, ha inserito i miei dati in un pc, ha controllato più volte che la mia foto sul documento non fosse stata incollata o sostituita e, più semplicemente, mi ha fatto passare tutti quei momenti d’ansia che ti portano quasi a credere che forse dentro di te si nasconde un terrorista pur sapendo, ovviamente, che ciò non è possibile. Dopo pochi minuti mi ha sorriso ancora, mi ha riconsegnato il documento e mi ha augurato un buon soggiorno. Erano le 8 del mattino, era stata una levataccia per entrambe ma la cortesia e l’educazione erano al primo posto, soprattutto per lei che rappresentava il Benvenuto dell’Inghilterra.

Ieri sera, dopo una giornata lunga e faticosa a scarpinare per la capitale inglese, sono arrivata all’aeroporto di Bergamo che erano le 22 passate, minuto più, minuto meno. Arrivata alla frontiera del mio Paese, ho dovuto consegnare il mio documento per la solita prassi di riconoscimento e tentato svelamento di un’identità terroristica nascosto in me. Al mio turno, ho salutato la guardia in divisa porgendo il mio documento. Il signore in questione, senza nemmeno guardarmi in faccia, mi ha tolto dalle mani la carta d’identità, se l’è rigirata davanti al viso, ha dato una sbirciata veloce alla data di scadenza per poi lanciarmela dietro in malo modo senza nemmeno un accenno di saluto o di “Bentornata”.

Ora, sempre per le leggi della casualità, a quest’uomo magari era morto il cane o il gatto o, più prosaicamente, invece che fare il suo lavoro, avrebbe preferito essere a casa sprofondato sul divano a vedere qualche partita di calcio con una birra in mano. A questo punto, però, anche io avrei preferito essere ancora a Londra, circondata, sempre casualmente, da persone molto più educate e molto più predisposte all’educazione e all’Accoglienza.

In metropolitana e per strada, durante la mia mini vacanza a Londra ho fermato chiunque per chiedere informazioni su quelle maledette linee della metro (ben dodici!) inventate per intimorire i turisti e i neo arrivati. Chiunque fermassi, sempre casualmente, dopo aver ascoltato le mie imprecazioni e richieste d’aiuto nel mio inglese stentato, ogni volta è riuscito a rispondermi e a portarmi sulla retta via e sì, anche quell’uomo in giacca e cravatta, che con la sua 24 ore correva dietro ai suoi affari, si è fermato per soccorrermi. Il suo sorrisone e le sue guanciotte rosse saranno sempre nel mio cuore quando ripenserò alla maledetta linea nera della metro londinese così come quello stronzo a cui chiesi informazioni la prima volta che presi da sola la metro a Milano e che mi rispose: “Guarda i cartelli, come fanno tutti“.

È sempre casualità, certo.

È arrivato il momento di concludere. I Ministri, che mi piace sempre tanto citare, cantavano: “Ci meritiamo le stragi, altro che Alberto Sordi”. Io, ancora una volta, mi sento in dovere di fare un’aggiunta: “Ci meritiamo le stragi sì, ma anche la maleducazione”. 

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14 thoughts on “Ci meritiamo le stragi.. e la maleducazione.

  1. A prescindere dai paragoni con l’estero, io dico sempre che basta fare la fila alla posta o dal dottore per accorgersi del tasso di violenza e arroganza, neanche tanto velata, che circola in tutti gli strati della popolazione.

  2. Complimenti Nellie, hai colto nel segno. Ma com’è che un tempo eravamo il popolo del sorriso e della cordialità? Cos’è che ci ha fatto diventare così antipatici?

    • Ah non saprei proprio cosa ci è accaduto! Sono sempre stata una grande sostenitrice del nostro paese ma dopo questa piccola avventura è difficile crederci e mi continuo a chiedermi cosa mi stai perdendo stando qui..

  3. Quanto hai ragione Nellie, questo tuo articolo mi ha pervasa di tanta tanta tristezza…eppure ci vorrebbe così poco!
    Non tutti siamo predisposti al contatto con il pubblico, ma l’educazione (che non è innata – sottolineo) dovrebbe esserci a prescindere da questo; ho sempre rivolto un sorriso e un Buongiorno o il più formale Ciao ai clienti con cui ho avuto a che fare nelle mie esperienze da commessa estiva nelle gelaterie, e lo rivolgevo anche a quelle persone che mi trattavano come se fossi l’ultima delle cretine, come se a loro tutto fosse dovuto.
    Ma proprio per questo continuerò a pormi in modo gentile anche con quella gente che richiama a sé il più semplice ma esaustivo “vaffa”, perché una soddisfazione del genere non se la meritano nemmeno 😉

    • Esatto Sere, è proprio una tristezza e quando parlavo di fatti accaduti in Italia mi riferivo, in parte, anche alla mia di esperienza da cameriera. Gente che entra nel bar urlando “caffè”, ubriaconi delle 8 di mattina che dopo il mio BuonGiorno cominciano a dire “buon giorno un cazzo, la vita è una merda!”.. Pochi grazie, come se sfornare cappuccini mi fosse d’obbligo, certo, lo è, è il mio lavoro, ma dopo 8 anni trattata come un’imbecille, ritrovarmi davanti persone così cortesi mi ha fatto proprio pensare che forse non me li merito tutti quei comportamenti, che forse altrove mi sentirei un poco meglio.. L’Italia mi piace e mi è sempre piaciuta ma forse è proprio vero che stando qui, a volte, si perde veramente tanto..

  4. L’esperienza del “senza glutine” è capitata anche a me, infatti ormai non chiedo più niente e mi arrangio da solo: anche perché le indicazioni che mi è capitato di ricevere sono state spesso più fuorvianti che altro, visto che in realtà la gente che lavora nella ristorazione in Italia solitamente non ha la MINIMA idea di cosa tu possa mangiare o no. O meglio: hanno una vaga idea di cosa non puoi mangiare, ma non riescono a combinare pensieri più complessi di “c’è dentro la farina – non c’è dentro la farina”. Esempio: a pranzo fuori mi dicono che no, quel particolare tipo di gnocchi è fatto senza che tra gli ingredienti vi sia farina di grano o altro; salvo poi venire a sapere che, prima di cuocerli, erano stati ricoperti di spolveratura di farina per non farli attaccare alla padella.

    Complimenti per i blog, l’ho scoperto oggi. 🙂

    • Esatto, è questo che mi scoccia! Nel 2014 c’è ancora gente che non ha la minima idea su cosa voglia dire mangiare senza glutine e la cosa più irritante è che piuttosto che aiutarti, spesso, gestori e camerieri, ti dicono “beh allora non lo mangiare”.. Ma come è possibile che non abbiano idea di come sia stato cucinato?! L’han preso in Burundi il cibo o dalla cucina?! Mah!

      Grazie mille dei complimenti! Il tuo lo seguo da poco, invece, ma mi piace molto 🙂

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