Leggendo #39 – La Sindrome di Stoner

Stoner è uno di quei libri che cominci a leggere il mattino appena sveglio, con la calma e la curiosità necessaria a svegliare lentamente le proprie sinapsi e che, improvvisamente, ti ritrovi ad aver finito circondato dal buio della sera che è calata. È difficile parlare della vita di William Stoner perché, così pacata e naturale, scorre sotto i tuoi occhi emozionandoti e commuovendoti ma, soprattutto, portando il lettore a chiedersi continuamente perché William, Bob per gli amici, non stia lottando per ciò che vuole veramente. È la sindrome di Stoner. Perché è quella continua apprensione che ti costringe ad avvicinarti alla copia del tuo romanzo di John Williams e chiederti: perché? Perché non si alza da quella scrivania? Perché non si ribella a Edith? Perché non raggiunge Katherine? Perché non lotta per Grace? E la volete sapere la risposta a questi perché? Perché, cari miei, nessuno di noi lo farebbe.

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Stoner, edito da Fazi Editore e scritto da John Williams, è un romanzo che tocca le corde di tutti gli animi. Piace a tutti, sicuramente alla maggior parte dei lettori, perché fa tenerezza questo contadinotto ai quali i genitori permettono di continuare gli studi, inconsapevoli, però, della scelta del figlio di dedicarsi alla Letteratura Inglese invece dell’Agraria. Perché è come un’epifania e tutti i veri e grandi Lettori se ne saranno accorti leggendo i primi capitoli di Stoner: il giovane William, tra i banchi dell’università, viene a conoscenza, per la prima volta nella sua vita, del vero ruolo della Letteratura, del suo potere di aprire la Mente, del suo utilizzo come chiave per raggiungere la Conoscenza e, immancabilmente, dell’amore che sprigiona in lui. Perché i veri amori di Stoner, diciamocelo, sono quelle pagine in cui perdersi e Vivere e non, come presto scopriremo, quella ragazza, Edith, di cui si innamorerà perdutamente durante un’incontro formale e che diventerà la moglie che presto scoprirà di non amare Veramente.

“Avete mai riflettuto sul vero ruolo dell’università? (..) Scommetto di no. Il qui presente Stoner, immagino, la vede come un grande deposito, come una biblioteca, o un magazzino, dove gli uomini entrano di loro spontanea volontà e scelgono ciò che li rende completi, dove tutti lavorano insieme come api in un alveare. La Verità, il Bene, il Bello”.

La vita di Stoner è una continua lotta che, ogni volta, il protagonista sceglie di combattere. Lo scontro, e confronto, con le sue origini contadine sono necessarie per capire l’evoluzione del protagonista che, senza accorgersene, è imbevuto dell’amore per quei genitori che vivono e si consumano per la terra. Come loro, e a sua insaputa, anche Stoner si dedicherà anima e corpo al suo lavoro, lasciando che le incomprensioni con i colleghi e la famiglia logorino letteralmente la sua vita, fino al terribile arrivo della malattia. La colpa di Stoner, forse, è stata quella di non seguire il suo unico e vero amore terrestre, quello che gli ha permesso, solo all’età di quarant’anni, di conoscere il vero significato delle Relazioni fra due menti e due corpi, lo stretto legame che John Williams continua a ripetere più volte con “facevano l’amore”. Ed è proprio al culmine della loro storia clandestina che Stoner dimostra a Katherine, e a tutti i lettori, come le sue origini siano imprescindibili dalla sua vita e come, nonostante un velo di credibilità, la realtà stia nel suo dovere di servire la sua “Terra” per il resto dei suoi giorni.

“Se rinunciassi a tutto, se me ne andassi via così e basta, tu verresti con me, vero?  (..) Ma sai che non lo farò, vero? (..) Perché in quel caso – Stoner spiegò a se stesso – niente avrebbe più senso, niente di quello che abbiamo fatto, di quello che siamo stati finora. Io non potrei più insegnare e tu, tu diventeresti qualcos’altro. Entrambi diventeremmo qualcos’altro, qualcosa di diverso da noi. Non saremmo.. niente”.

E quindi è così, che fino all’ultimo del suo respiro Stoner rimane attaccato alle sue pagine, ai suoi libri, alla sua voglia di averli vicini e toccarli come quando per la prima volta si poté permettere uno studio tutto suo, una stanza che potesse rappresentare se stesso. Perché, a volte, è solo arrivando a conoscere ed accettare se stessi che ci si può relazionare con gli altri. Perché, spesso, si preferisce godere delle piccole gioie delle proprie passioni piuttosto che vivere con la paura di uscire là fuori e rompere il proprio equilibrio raggiunto. Perché, frequentemente, accade che si preferisce vivere di ricordi, vivi e pulsanti tanto che quasi non fanno più male, piuttosto che accumularne di nuovi, magari più dolorosi e sofferenti.

Mentre sistemava la stanza (..) si rese conto che per molti anni, senza neanche accorgersene, (..) aveva nascosto un’immagine dentro di sé. Un’immagine che sembrava alludere a un luogo, ma che in realtà rappresentava lui. Era dunque se stesso che cercava di definire, via via che sistemava lo studio. (..) Mentre restaurava i mobili era se stesso che lentamente ridisegnava, era se stesso che rimetteva in ordine, era a se stesso che dava una possibilità.

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6 thoughts on “Leggendo #39 – La Sindrome di Stoner

  1. Splendido libro questo di John Williams. Da quando è stato pubblicato ne ho lette diverse recensioni e punti di vista, e quello che più mi piace è che ognuno ci trova dentro qualcosa di diverso, ne legge certi aspetti, magari passa sopra ad altri, ma alla fine ognuno se lo “modella” quasi sopra di sé. Per essere il racconto di un uomo “comune” ne ha di cose da dire questo Stoner, no?
    Ciao Nellie 🙂

    • Ciao Gabriele! Assolutamente, confermo a pieni voti tutto ciò che hai detto! Una vita così “comune” eppure così piena di riferimenti alla vita di ognuno di noi. Ognuno ha la propria sfumatura di Stoner da amare 🙂

  2. Bella recensione! 🙂
    Ho letto Stoner non molto tempo fa: mi ha colpito, lasciandomi però un senso di amarezza e transitorietà. Proprio vero che ognuno coglie aspetti diversi di questo romanzo!

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