Leggendo #31 – La Gentilezza di Wonder

La vita da pendolare è frenetica. Ti spezza la giornata, ti spezza la mente, ti spezza quel lato di te che vorrebbe starsene semplicemente nel suo angolino con il libro in mano a farsi i beati e amati fatti propri. È difficile nella frenesia riuscire a cogliere l’Attimo. Il tram bloccato nel traffico, la metro intasata, il treno perso (o addirittura sbagliato). Le voci delle ragazze che chiacchierano in parte a te, l’avvocato seduto di fronte che si lamenta della parcella, il banchiere che ha fretta e vuole tornare a casa. Sono tante le avventure (e disavventure) di un pendolare. Ed è difficile in tutto questo via e vai trovare quell’opera che riesca comunque a prenderti, a non farti pensare ad altro, a spingerti a leggere in piedi nel metrò sballottato di qui e di lì. Io l’ho trovata, questa settimana. L’ho divorata in pochi giorni e mi ha preso tutte le emozioni. Mi ha fatto ridere sul treno delle 7 del mattino pieno di gente assonata e annoiata che mi guardava sorridere con il libro aperto davanti. Mi ha fatto piangere nella metro mentre tutti si allontanavano da me scambiandomi per pazza. Mi ha tenuto sveglia nonostante la fatica della giornata per scoprire il tanto adorato “dopo”. L’opera? Si chiama “Wonder” ed è il primo capolavoro di R. J. Palacio. E vorrei parlarne, per farvi commuovere un po’ e dirvi perché mi ha smosso il cuore.

Wonder è una canzone di Natalie Merchant, una di quelle chitarriste tanto amate e adorate negli anni 80/90. Wonder è anche la canzone introduttiva che apre la prima parte del romanzo di Palacio. E vi direi ascoltarvela, così come sto facendo io ora, perché è veramente l’ideale per entrare nell’atmosfera di “Wonder”. C’è questo bambino che viene descritto da diversi personaggi (ogni parte del romanzo è una voce diversa) e questo bambino è August, o ancora meglio, Auggie. Il nostro protagonista sta per andare a scuola per la prima volta ma non in prima elementare bensì in prima media. La società non gli ha permesso di poterci andare prima perché Auggie non ha nessun problema mentale ma, quasi peggio per la comunità odierna, un viso Diverso. Non è stato un incidente, no caro lettore, è stato il destino e quel gene a cui non piaceva tanto il suo lavoro e ha deciso di restarsene a letto quella mattina in cui Auggie è stato concepito. Mamma Isabel e papà Nate non se lo potevano immaginare ma la gioia di essere genitori ha prevalso su tutto, anche su quel viso un po’ strambo a cui anche la sorella Olivia, Via, non ha più fatto caso dopo un po’. 

Ma loro sono la Famiglia e la famiglia non bada a certe cose. Gli altri, invece, ci badano eccome. Auggie andrà a scuola perché la sua vita dovrà essere normale, come quella di tutti i ragazzini della sua età, ma le sue difficoltà saranno ben diverse. La passione per Star Wars aiuterà il ragazzino a credere in se stesso, a superare le persone che si scansano quando lui passa, a non badare a quel cerchietto che sono i suoi apparecchi acustici, a non badare a come lo guarda la gente quando mangia con quelle labbra speciali e quel mento che i dottori han cercato di ricostruire. La magia di Wonder, insomma, sta tutto nella storia, nella facilità di come le cose dovrebbero andare, di come gli animi dei bambini sanno essere i più crudeli ma all’occorrenza anche i più sinceri. La semplicità sta proprio nel rendere la storia semplice e scriverla in modo lineare per farla arrivare dritta al cuore. Nessun salto temporale, solo qualche lacuna qua e là che viene presto colmata e riempita di significato.

Lo stile di Palacio non è ricercato, cambia ogni volta che un nuovo personaggio prende la parola. I punti di vista così diventano tanti, molteplici, ma ognuno con i suoi difetti cerca di dare il meglio e per tutti l’anno che trascorre nelle 280 pagine è un anno di cambiamento e crescita. E come ogni anno che passa, ci sono i buoni propositi da fare e ciò che la storia di Auggie insegna è che la gentilezza, se la si tiene ben stretta e come caposaldo, è quella cosa che poi premierà. Perché come dice Auggie

Ognuno dovrebbe ricevere una standing ovation almeno una volta nella vita, perché tutti “vinciamo il mondo”.

E “Wonder” insegna che per vincerlo non c’è bisogno di chissà quali progetti. Bastano le piccole cose che ci insegnano sin da piccini ma che spesso (e volentieri) tutti dimenticano. Accettare se stessi, superare le apparenze, ascoltare, essere ascoltati, non avere paura. Essere coraggiosi d’animo e di spirito. Come Auggie. E come tutte quelle persone che vanno oltre quell’ostacolo.

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14 thoughts on “Leggendo #31 – La Gentilezza di Wonder

  1. Come ti capisco…anch’io (da pendolare) mi ritrovo spesso nella stessa situazione: lì sul treno (presto la mattina e tardi la sera) sempre affollato e sempre in ritardo, con tanta gente che ha voglia di parlare (quando tu vorresti sentire solo silenzio!) e quel libro in mano che ti da l’energia giusta per affrontare la giornata e per rilassarti la sera durante il viaggio di ritorno.
    Molto bello il titolo di cui hai parlato oggi, la trama sembra essere davvero intensa…me lo segno subito! Grazie per il consiglio 😉

    • Figurati! L’idea del blog è proprio quella di incuriosire! Noi povero pendolari ne abbiamo sempre una, i treni d’altronde si sa come funzionano, ma per fortuna abbiamo i nostri compagni di viaggio che ci distraggono. Anche tu pensi che a volte dovrebbero mettere il vagone in cui si è obbligato a stare zitti? 😀

      • Assolutamente si!! Sarebbe il mio sogno! Mi hanno detto che su alcune carrozze di treni Italo questo sogno è diventato realtà (se non sbaglio si chiama carrozza “relax”) ma…purtroppo io prendo solo treni regionali vecchi e sporchi quindi al momento per me rimane solo un sogno!

      • L’hai detto, sob. Non è un caso se da quando prendo i treni la mia allergia agli acari è peggiorata -.- pff. Che vita difficile!

    • Ma quanto mi fa piacere sentire dirmi così!! È splendido nella sua semplicità, non perdertelo! E a dirtela tutta anche il prodotto l’hanno studiato proprio bene: ha una copertina che non puoi immaginare 😉 un lavoro a puntino!

  2. Pingback: Pendolarissima #5 – Le lacrime in metropolitana | JustAnotherPoint

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