Leggendo #28 – Dimenticarsi di dimenticare con Paco Roca

È a pochi giorni di distanza dalla Giornata Mondiale dell’Alzheimer che leggo Rughe di Paco Roca, pochi giorni dopo la scelta di proiettare Arrugas in diversi cinema, il film tratto dall’opera (e disponibile solo in lingua originale).

È difficile parlare di Rughe perché tocca uno di quegli argomenti che fanno male per chi ha vissuto un’esperienza simile, di chi ha visto una persona cara ammalarsi di questa malattia e venir dimenticato da essa nonostante il suo amore per lei, vedere tracce di memoria e di sé andarsene, rendersene conto inizialmente per poi dimenticarsi anche di essersene accorti: Paco Roca riesce a descrivere tutto ciò nel migliore dei modi.
Una residenza per la terza età ospita persone con diverse malattie e diversi disturbi: Emilio, un anziano direttore di banca affetto dal morbo di Alzheimer, vi viene ricoverato e piano piano comincerà ad apprendere come viverci, a come stare insieme ad altre persone anziane, ad apprendere il suo morbo e a cercare di conviverci. Emilio è uno dei tanti personaggi che Paco Roca ci descrive e uno dei tanti che ci entra nel cuore: c’è la signora Carmelina che ha paura di essere rapita dai marziani; c’è Antonia che accettando la vita in residenza cerca di non pensare ai figli che non la vengono a trovare; c’è Giovanni che ha parlato così tanto nella sua vita da conduttore radiofonico che ora ripete solo ciò che dicono gli altri; c’è Michele che ha un piccolo vizio ma sotto sotto un grande cuore; c’è la signora Rosaria che stando sempre seduta vicino alla finestra si vede giovane e in viaggio sull’Orient Express in direzione di Istanbul; ci sono Dolores e Modesto che sono una tenerezza e la prova dell’amore eterno. Perché è proprio osservando Modesto che Emilio comprende realmente cosa gli accadrà, perché è proprio Modesto il primo malato di Alzheimer che si incontra nelle tavole ed è proprio Modesto a strapparci un pezzettino di cuore grazie al lavoro di Roca e a quello sguardo nel vuoto che viene raccontato come il riflesso di ricordi vecchi e lontani ma pieni di emozione e amore. 

Che altro aggiungere? Basterebbe perdersi nei dettagli della copertina del volume per capire cosa nascondono queste centinaio di pagine. Paco Roca usa l’ironia per affrontare un tema difficile e questa è davvero importante perché aiuta ad accettare il presente, rendersi conto in modo meno traumatico di cosa significa veramente invecchiare che forse diventare anziani è un po’ come tornare bambini e riscoprire l’amore e l’amicizia innata, il sogno come realtà, la gioia di vivere ogni giorno. È  come un treno che va e i compagni di vita diventano passeggeri, ognuno con i suoi difetti ma tutti insieme verso un’unica meta sapendo che non conta la destinazione, ma solo divertirsi durante il viaggio e godere di ogni piccolo momento.

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6 thoughts on “Leggendo #28 – Dimenticarsi di dimenticare con Paco Roca

    • Grazie mille! Mi fa piacere perché è un fumetto anche breve volendo ma di una poesia e di un tatto che proprio non ci si aspetta.. Consigliatissimo! Presto voglio vederne la trasposizione cinematografica, mi han detto che merita molto anche quella 🙂

  1. ciao e piacere… ti “scopro” tramite il blog di Luna… arrivo qui e trovo questo libro… quella realtà la sto vivendo da due anni con mamma… giorno dopo giorno ci impegniamo (io e sorella) per il suo bene a governare la sua mente in balia del caos su tempo/luogo/persone… oltre ai disagi fisici la cosa che fa più male è quando devi convincerla che sei sua figlia… la gioia più bella per me? quando mi risponde “ma lo so che sei la mia gaia”… e così vivi come in un mondo parallelo. Cosa mi auguro? che continuino ad esserci i momenti che sa chi sono e che la sua mente continui ad essere “viva” anche se è proiettata al passato invece che nel presente, ma va bene così… Perché l’ho raccontato? a volte ne ho bisogno…. Leggerò il libro, magari mi sarà di aiuto! grazie e piacere, Gaia

    • Ciao Gaia! Hai fatto benissimo a sfogarti! Non ho vissuto in prima persona un’esperienza simile ma l’ho conosciuta perché ne ha sofferto un nonnino a cui ero tanto affezionata e che viveva vicino a casa mia. Ero piccola e non potevo capire perché i suoi diversi comportamenti ma tutto ciò non ha impedito di volergli bene e ricordarlo ancora oggi a distanza di un decennio. Il fumetto è vuole affrontare il discorso in modo ironico per alleggerire l’argomento e alcune persone un poco più sensibili di altre ho scoperto che per questo l’hanno criticato. A parer mio invece è un modo per parlarne e aiutare chi è vicino a chi soffre di questa malattia, perché diciamocelo, sono loro quelli che soffrono di più. Ti mando un abbraccio e ti mando tanta forza che sicuramente da come hai scritto non te ne manca!

      • Grazie per la gentile risposta… di forza ce ne si mette, ma a volte sembra non bastare… o almeno ti sembra di arrivare lentamente a finirla. Sul fatto di “ironizzare” è un’aspetto che fa bene anche a chi ne soffre, nel senso che come mi hanno detto i doct “se le fantasie non nuociono a lei o ad altri, lasciatela fare”. Poi c’è la teoria che ridere fa bene e così da noi a volte si prova a scherzarci su (per lei soprattutto) e mamma ride tanto anche per le “stranezze” che dice… per loro è meglio avere gente sorridente intorno invece di chi amplifica il disagio! Devi tu famigliare imparare a viverli come sono ora. Io ci provo (lasciando i miei momenti tristi altrove, non davanti a lei), spero solo per lei di farlo nel modo giusto. Però so che esistono casi molto complicati, molto più di noi… e a loro va la mia totale comprensione! Grazie ancora per la condivisione di idee, fa sempre bene.

  2. Pingback: Leggendo #100 | Avventure di un uomo in pigiama | JustAnotherPoint

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