Leggendo #25 – Fughe con Julie Otsuka

Quanto è difficile la lettura di Venivamo Tutte Per Mare di Julie Otsuka. È difficile perché è la Storia che è sempre difficile e un romanzo come questo ci ricorda quanti segreti sono ancora nascosti nei secoli. Le giapponesi che scappavano dal Giappone dei primi del Novecento si ritrovano in America disilluse, tradite dalle aspettative e costrette ad amare una persona che non amano, a lavorare come non hanno mai lavorato, a invecchiare come si invecchia quando non si Vive, a soffrire come si soffre lontano da casa, a illudersi come si illude un emigrante quando ripensa alla sua casa.

Una storia così difficile che in poco più di un centinaio di pagine ci trasmette tutto ciò che si può provare a lasciare il proprio paese, a passare tre settimane nei sotterranei di una nave, a guardare una foto di un promesso sposo che poi nella realtà non è veramente tale, a non cedere perché la famiglia in Giappone ha bisogno dei tuoi soldi, a dormire tutte le notti vicino ad un uomo che non ti ama, a raccogliere tutte le forze per superare i soprusi, a imparare a crescere i propri figli senza nessun aiuto, a cercare di capire perché la notte i propri mariti giapponesi vengono strappati dalle loro case, a capire Pearl Harbor e la guerra.

Sulla nave eravamo quasi tutte vergini. Avevamo i capelli lunghi e neri e i piedi piatti e larghi, e non eravamo molto alte. Alcune di noi erano cresciute solo a pappa di riso e avevano le gambe un po’ storte, e alcune di noi avevano appena quattordici anni ed erano ancora bambine. Alcune di noi venivano dalla città e portavano abiti cittadini all’ultima moda, ma molte di più venivano dalla campagna, e sulla nave portavano gli stessi vecchi kimono che avevano portato per anni – indumenti sbiaditi smessi dalle nostre sorelle, rammendati e tinti più volte. Alcune di noi venivano dalle montagne e non avevano mai visto il mare, tranne che in fotografia, e alcune di noi erano figlie di pescatori che conoscevano il mare da sempre. Forse il mare ci aveva portato via un fratello, un padre o un fidanzato, o forse un triste mattino una persona cara si era buttata in acqua e si era allontanata a nuoto, e adesso anche per noi era arrivato il momento di voltare pagina.

Sono pagine strazianti che Otsuka anima e rende vive come pochi scrittori sanno fare. La prima persona plurale ci spinge nell’abisso, dove ragazzine sono costrette a diventare donne senza preamboli e aiuti. Le giovani spose crescono nelle pagine e tutte parlano attraverso la voce della protagonista: un libro corale che può essere la voce della speranza di tutti quelli che sono costretti a fare una scelta difficile aiutati da promesse per poi scoprire che la realtà che li aspetta è tutt’altra. Forse sarebbe bene non dimenticare, mai, per ricordarci che il nostro presente non è poi così diverso.

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