Leggendo #21 – Incomprensioni con Julian Barnes

Il senso di una fine è che sono destinata a non capire mai il senso di una fine. Così come spesso nella vita mi ritrovo a chiedermi se mi sia persa qualcosa di così rilevante che mi abbia lasciato all’oscuro del vero senso e del vero significato delle cose, anche in “Il Senso di una Fine” di Julian Barnes mi ritrovo a ricapitolare la storia senza riuscire a capire dove e come mi sono distratta per perderne il senso, quando la prima metà del romanzo mi aveva letteralmente trascinata via.

Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni, né all’eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi. No, sto parlando del tempo comunque, quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic toc. 

È con questo stile che Barnes mi abbaglia sin dalla prima pagina e mi lascia incollata alla storia senza modo di uscirne: Tony, il protagonista del romanzo, racconta la propria adolescenza a distanza di anni presentandola come l’adolescenza di tutti quei ragazzini che si innamorano della solita ragazza che tratta il povero Romeo a pesci in faccia, un amore degli anni ’60 che come dice Tony non era poi così anni ’60 e non del tutto così libertino come spesso si pensa. Tra nuove conoscenze e giornate con gli amici, Tony cambia a poco a poco il suo modo di vedere fatti ed eventi.

In effetti scopriamo a breve che il romanzo è tutto un rivisitare la propria vita: come quando a distanza di anni ci si chiede come effettivamente siano andate le cose, se come le abbiamo ricordate o come le abbiamo raccontate. Con la scusa di una futile eredità (futile in quanto non viene assolutamente giustificata, o forse ancora mi sono persa qualcosa), Tony si rende conto di quanto in realtà abbia taciuto a sé stesso, di quanto spesso i fatti del passato non vogliano essere ricordati e vengano cancellati dalla propria mente come se non fossero mai accaduti.

Con quale frequenza raccontiamo la storia della nostra vita? Aggiustandola, migliorandola, applicandovi tagli strategici? E più avanti si va negli anni, meno corriamo il rischio che qualcuno intorno a noi ci possa contestare quella versione dei fatti, ricordandoci che la nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri, ma soprattutto a noi stessi.

Come non essere d’accordo? Ma tutte queste massime sento che non mi bastano, le belle parole e la bellissima prosa sono invidiabili ma il tutto sembra scomparire dietro il famoso “tanto fumo niente arrosto”.

Mi ritrovo quindi a carponi a tentare di trovare una qualche conclusione che forse potrò capire alla stessa età che il protagonista ha alla fine del capitolo: over 60 aspettatemi che intanto cerco di concludere a modo mio da qualche parte, ovunque sia quel qualche parte. Un vero peccato nonostante tutto ma forse potevo aspettarmelo che un senso non me lo avrebbero servito su un piatto d’argento. Barnes ci rivedremo, forse. 

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