Leggendo #14 – Un Classico per risollevarci con Shelley

Non vi capita ogni tanto di aver bisogno di una certezza, di un qualcosa che imprescindibilmente da ciò che sta accadendo nella vostra vita possa placare le vostre paure e i vostri dubbi e portare un po’ di pace nella vostra quotidianità? Quando si entra in questo stato di trance servono parole che ci facciano bene, che entrino nel nostro cuore e nel nostro animo per scuoterlo e purificarlo. Vorremmo man forte e spesso il malumore ci porta a voler che qualcuno si senta come noi per dar sfogo alle sue paure e ai suoi timori che in fondo in fondo sono anche i nostri. È un dato di fatto che tra i compagni di sventure più amati e che cerchiamo ci sono i libri ma tra questi ci sono alcuni che riescono meglio in quello che andiamo a rintracciare e di certo spesso sono quei Classici della Letteratura a volerci così bene.

La lettura di Frankenstein, ovvero Il moderno Prometeo dell’inglese Mary Shelley, moglie del grande poeta e filosofo Percy Bysshe Shelley, è di certo una di quelle letture che ti entrano nel cuore e perfette per quei momenti in cui la Letteratura deve diventare la tua migliore amica. Solo la genesi del romanzo è una storia a sé, una grande avventura che si intreccia con la vita della scrittrice e il suo amore per il viaggio che l’uomo della sua vita le porta a vivere tra Francia, Svizzera e Italia.

Sarà proprio in Svizzera, in una notte di pioggia, ispirati dalla lettura di una raccolta di romanzi gotici tedeschi che moglie e marito, insieme agli amici Byron e Polidori, decideranno di gareggiare tra loro: tutti avrebbero dovuto comporre un racconto gotico di man propria. Il destino volle che solo Mary Shelley riuscì nell’impresa di portare a termine il progetto e quasi tremiamo al pensiero che la promessa mancata sembrò scatenare una sorta di vendetta che portò nel giro di tre anni alla morte del marito e dei suoi amici.

Con una premessa del genere, non ci dobbiamo stupire se la storia di Frankenstein sarà destinata a un grande successo: se all’epoca colpì per la figura del mostro, per le citazioni ai sviluppi tecnologici, per gli elementi naturali che colgono l’uomo alla sprovvista, ancora oggi il romanzo ci stupisce per la capacità di Shelley nel mostrare le vere paure dell’uomo, quelle che più rodono l’animo umano.

Ciò che spaventa il Demone, ciò che spaventa di più l’uomo e lo scuote nel suo Io più interiore è il disconoscimento da parte del padre e il rifiuto da parte del suo stesso Creatore del suo essere. La forma epistolare, che immedesima maggiormente il lettore, ci trascina nella prosa lucida e fluente e le ripetizioni non sono altro che ennesime conferme di ciò che proviamo:

Mi resta un desiderio che non sono riuscito a soddisfare e questo vuoto mi sembra il male peggiore. Non ho un amico, Margaret: quando l’entusiasmo del successo s’impadronirà di me, nessuno parteciperà alla mia gioia. Se sarò assalito dalla disperazione non ci sarà alcuno a sostenermi. Potrò affidare i miei pensieri alla carta, è vero, ma è ben povera cosa per comunicare dei sentimenti.

Poche pagine ed entriamo subito nel vivo della narrazione e nel dubbio “Gloria/successo o serenità/compagnia?”, temi che verranno approfonditi pagina dopo pagina dal racconto dello stesso Frankenstein.

L’autore non si giustifica, non ci dà una risposta: lascia il lettore al suo giudizio personale e alla certezza che qualcosa in lui durante la lettura è cambiato: niente è come un Classico e niente è grande e profondo quanto la paura della solitudine, tema scottante insieme al Viaggio e al successo. Indipendentemente dal finale della storia, ci si ritrova cullati dalle parole dell’autrice e dal conforto di non essere poi così soli.

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