Leggendo #4 – L’isolamento di Sylvia Plath

La minuscola all’inizio significava forse che in realtà nulla comincia mai veramente, con una maiuscola, ma fluisce naturalmente da quanto precede.

La Campana di Vetro – Sylvia Plath

Pubblicato per la prima volta in Inghilterra nel 1963, un mese prima del suicidio dell’autrice, “La Campana di Vetro” è un romanzo denso di pathos e sentimenti, di parole che pesano tanto da lasciare il lettore basito e inerme di fronte al più grande ostacolo dell’uomo: la vita stessa.

Scorre lento questo romanzo, lento perché è lenta la presa di coscienza di Esther della sua sofferenza che aleggia nella Campana di Vetro che ella stessa si è costruita tra lei e le altre ragazze della sua camerata, tra lei e sua madre, tra lei e i medici, tra lei e l’intera umanità. Non è difficile immergersi nei sentimenti contrastanti della giovane donna che non riesce ad accettare ciò che la circonda, che cerca di ritirarsi in se stessa tanto da arrivare a non rendersi conto di ciò che le sta veramente accadendo. I problemi del crescere e cercare la propria via diventano monti invalicabili e la preoccupazione di avere persone che scelgono del proprio futuro un vero e proprio supplizio. Ma l’isolamento è davvero l’unica via?

Il silenzio era deprimente. Non era il silenzio del silenzio: era il mio silenzio.
Sapevo benissimo che le auto facevano rumore e che la gente, nelle auto e dietro le finestre illuminate dei palazzi, facevano rumore; eppure non riuscivo a udire nulla. La città era appesa davanti alla mia finestra, piatta come un manifesto, scintillante e occhieggiante; ma avrebbe potuto non esserci affatto. Per quel che mi serviva!

Eppure tale sofferenza è inizialmente piena di passione che più viene a mancare, più lascia il lettore disarmato quasi a voler dire “No! Rialzati! Resisti! Non abbatterti!”. Più la narrazione procede, più la situazione degenera, più noi siamo portati a prendere una posizione e a scegliere immancabilmente la speranza di una via d’uscita, scelta che nessuno dei protagonisti sembra covare nei propri cuori. D’altronde Esther è nella sua campana, e tutto il resto è fuori.

 Ma è proprio per questo che il romanzo diventa un invito alla Vita nonostante l’angoscia, nonostante la tristezza, nonostante l’eterna lotta contro il destino e il percorso che sembra disegnare per noi e che noi immancabilmente vogliamo sviare. Lottare e non indurci all’assenteismo di noi stessi, procedere senza avere paura. Vedere il baratro e aspirare alle galassie.

Non vedo l’ora di perdermi tra i suoi versi.

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